Il Libano oltre le macerie, per ricostruire le persone

Mons. Cesar Essayan: “La povertà alimenta i fondamentalismi, non la religione”

“L’accordo ci dà speranza, ma non basta per ricostruire un Paese”.

Monsignor Cesar Essayan, vicario apostolico di Beirut dei Latini, guarda con prudenza alla prima intesa firmata il 26 giugno a Washington tra Libano e Israele, con la mediazione degli Stati Uniti. Se da una parte il cessate il fuoco apre uno spiraglio dopo mesi di guerra, dall’altra restano molte incognite sul futuro del Paese dei Cedri.
“Non si capiscono bene i termini dell’accordo, che ancora una volta arriva dall’estero”, osserva il vescovo. “Israele non dovrà risarcire i danni di guerra e questo costringerà il Libano a cercare nuovi aiuti dai Paesi arabi per affrontare la ricostruzione”.

Come si sta muovendo la popolazione?
Molti sfollati stanno tornando nelle loro case, soprattutto nella periferia sud di Beirut. Chi invece la casa non ce l’ha più si sta organizzando nelle chiese, nelle strutture di accoglienza e nei campi. Nel Libano meridionale ci sono 65 villaggi completamente distrutti: per loro dobbiamo ancora capire come sarà possibile ricominciare.

Quali forme di aiuto internazionale sono più utili?
Abbiamo ricevuto sostegno da tante realtà, dal contingente italiano e dalla missione UNIFIL. Ci è particolarmente vicino il Comune di Forlì, che grazie al finanziamento della Regione Emilia-Romagna collabora con noi su progetti che stanno rimodulandosi per far fronte alla nuova situazione. Oggi la priorità è aiutare le persone a tornare a vivere nei propri territori. Nessuno muore di fame, ma i bisogni sono enormi.

Quali sono le priorità?
Tra le emergenze ci sono soprattutto scuola e lavoro. Le scuole devono restare aperte a tutti i costi. Alcune vanno ristrutturate, altre hanno bisogno di fondi per garantire gli stipendi degli insegnanti. Se i ragazzi continuano a frequentarle, le famiglie trovano un punto di riferimento e possono ricostruire una quotidianità. C’è poi il mondo agricolo: molti campi sono stati devastati dai missili al fosforo e tante persone hanno perso il lavoro. Servono pozzi, pannelli solari per alimentare le pompe e strumenti per far ripartire le attività.

Ricostruire il tessuto sociale è la sfida più grande…
La ricostruzione materiale non sarà sufficiente senza quella umana. Le ferite sono profonde. Tante persone hanno perso familiari e amici. Occorre ricostruire legami, placare l’aggressività e aiutare la gente ad affrontare una situazione che continua a generare precarietà.

Come questa nuova fase della storia cambierà i rapporti interni al Paese?
Il Sud attirerà fondi per la ricostruzione e il Nord rimarrà indietro. Lo sviluppo dell’intero Paese, già in una situazione di profonda crisi economica, sarà bloccato. E la povertà di tutti farà da miccia per alimentare i fondamentalismi. Dobbiamo invece ricordarci che ogni parte del Libano ha sempre vissuto insieme nella pace, che la religione non ci ha mai diviso. Non è la fede a dividere le persone ma la miseria, spesso alimentata e strumentalizzata per interessi politici.

Una ennesima guerra fra poveri?
Di quelle che distolgono l’attenzione dalle responsabilità politiche. Mi torna in mente il “Grande Inquisitore” dei “Fratelli Karamazov”: si offre sicurezza in cambio della libertà. È quello che accade anche qui, dove la povertà viene usata per tenere la gente in una condizione di dipendenza.

In mezzo a tante difficoltà, cosa le dà la forza di portare avanti il suo ministero?
La forza viene dalla fede e dalle persone con cui condividiamo ogni giorno il cammino. Fare comunità significa continuare a credere che il Signore è presente. È una battaglia da vivere con umiltà, stando accanto alla gente, nell’ascolto, senza aspettarsi risultati immediati.
Roberta Brunazzi