Contro ogni discriminazione
Le testimonianze a San Giuseppe Artigiano per la veglia presieduta dal Vescovo

Come si concilia la fede con la propria identità e con il desiderio di essere accolti per ciò che si è? Attorno a questa domanda si è sviluppata la veglia di preghiera per il superamento di ogni forma di discriminazione, presieduta dal vescovo Livio Corazza il 5 giugno nella chiesa di San Giuseppe Artigiano a Forlì. Oltre cento persone hanno partecipato alla serata, che si è aperta con la distribuzione di un nastro colorato a ciascun partecipante sul quale scrivere una parola legata all’inclusione, alla fraternità o all’accoglienza. I nastri sono poi stati appesi a una croce portata in processione fino all’altare, segno concreto di una comunità che affida al Signore le proprie fatiche e speranze.
“Circa 60 Diocesi italiane si sono raccolte in preghiera per manifestare prossimità alle vittime dell’omofobia e transfobia – ha spiegato don Davide Brighi in apertura – e per promuovere un percorso di accoglienza e contrasto ad ogni forma di discriminazione”. “Proclamiamo il Vangelo dell’accoglienza e della misericordia – ha detto il Vescovo – e accogliamo il cammino di ciascuno, secondo il proprio passo. Per questo abbiamo promosso questo incontro di preghiera. Per quanto ci riguarda, è anche un inizio di riflessione. Di noi presenti, di tutta la comunità cristiana, in comunione con le altre. Gesù si ferma davanti ai feriti, a tutti i feriti, e ci invita ad imitarlo. Anche Gesù è stato ferito, e non nasconde le sue piaghe; le ferite, però, non sono una condanna, ma un nuovo inizio”. Un concetto sottolineato anche da alcune testimonianze, come quella di una coppia di genitori sul percorso vissuto dopo il coming out del figlio, segnato inizialmente da interrogativi e smarrimento. Poi l’incontro con persone che li hanno aiutati a rileggere la propria esperienza alla luce dell’amore e della fiducia reciproca. “Siamo tutti discepoli bisognosi della misericordia di Dio – le parole di mons. Corazza – nessuno escluso. Chi si ritiene arrivato, guardando gli altri dall’alto in basso, finisce per cadere nel peccato più grande, nella superbia di chi accampa davanti a Dio la propria superiorità”.
Particolarmente intensa la testimonianza di una ragazza, che ha condiviso il proprio percorso personale e spirituale fatto di domande, sofferenze e ricerca di senso. Nel suo racconto è emersa l’importanza di sentirsi guardata da Dio con misericordia e di poter intraprendere un cammino di riconciliazione con sé stessa.
“L’emozione è sempre tanta”, racconta. “La mia prima testimonianza è stata in una veglia a Bologna nel 2024; da allora vari gruppi e parrocchie mi hanno chiamato per ripetere questa esperienza. Lo faccio volentieri, anche se mi trema sempre un po’ la voce; mi rendo conto di intercettare un bisogno delle persone, che mi ringraziano per avere condiviso con loro la mia storia”.
La serata si è conclusa con un gesto di scambio dei nastri tra i partecipanti, a ricordare che ogni persona porta con sé una storia da accogliere e una parola da custodire. Un invito a costruire comunità cristiane capaci di ascolto, rispetto e vicinanza, per rimanere – come chiede papa Leone – profondamente umani.
Roberta Brunazzi
