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Voci dalla Terra Santa in guerra

Ultimo incontro della Scuola diocesana. Sarah Parenzo, da Tel Aviv: “Movimenti dal basso, educazione e media liberi per ricostruire la pace”

 

L’ultimo incontro della Scuola di formazione sociale e politica, il 30 marzo nel Seminario di via Lunga, riporta al centro dell’attenzione il pellegrinaggio in Terra Santa organizzato dalle Diocesi di Bologna e di Forlì-Bertinoro.

 

Assieme alla presentazione dei progetti di collaborazione messi in cantiere a Forlì, il collegamento da Tel Aviv con Sarah Parenzo, giornalista e ricercatrice, e da Betlemme con Wafa Farid Musleh di “Crossing Together”.

 

Sarah, come stai vivendo questo periodo di guerra?

Questo mese di guerra è stato in assoluto il più drammatico che io abbia mai vissuto in Israele. Pur essendo consapevole del privilegio di aver conservato i miei lavori nel recupero psichiatrico e naturalmente nel giornalismo, fatico a reggere il ritmo e il lockdown. A Tel Aviv ci sono giorni in cui arriviamo a 10 allarmi che significa scendere ogni volta nel rifugio. Per me sono 70 gradini su e giù con lo zaino dove abbiamo stipato passaporti, gioielli, soldi e medicine, dal momento che io stessa ho già diverse amiche che hanno perso la casa sappiamo perfettamente che è una possibilità concreta. Questo senza contare l’angoscia per il numero di morti, feriti e i missili che hanno distrutto interi quartieri e palazzi anche molto vicino a dove mi trovo. Poi c’è la paura degli spostamenti, si fa il minimo necessario, ma ogni tragitto espone ad ansia e pericolo perchè se vieni colto dalle sirene mentre viaggi su un mezzo di trasporto sei costretto a stenderti per terra e metterti le mani sulla testa, pregando perché i missili dell’Iran e di Hezbollah sono molto più pericolosi di quelli di Hamás e dello Yemen.

Inoltre, essendo contraria alla guerra come forma di gestione delle controversie non godo della resilienza di coloro che pensano che ne valga la pena. Personalmente non nutro alcuna fiducia nella nostra leadership che insiste nell’uso della forza e della violenza al posto di accordi politici. Sono convinta che ogni guerra sia persa in partenza e sono profondamente solidale con le altre popolazioni coinvolte, mi riferisco agli iraniani e ai libanesi ad esempio, ma anche ai palestinesi che sono estremamente esposti perchè non dispongono di rifugi o camere blindate. Netanyahu ha intrapreso questa guerra senza preoccuparsi del fatto che persino in città come Tel Aviv, dove la gente paga migliaia di euro per un affitto, le persone si ritrovano prive di accesso ad uno spazio protetto e sono costrette a correre fuori di notte con bambini e anziani, o a dormire nei parcheggi sotterranei, nella metropolitana o nei rifugi pubblici. Una situazione limite che non mi sembra si colga nella stampa estera. Siamo esausti e preoccupati anche a fronte delle ultime dichiarazioni della leadership militare che ha avvisato Netanyahu del fatto che l’esercito è sotto organico e sta crollando. Ci sono troppi fronti aperti da troppo tempo e alcuni riservisti stanno facendo già il sesto o settimo round dal 7 ottobre 2023. Quindi siamo fragili dal punto di vista politico e militare e ci sono buone ragioni per essere preoccupati.

 

 

In Israele si percepisce un sostegno diffuso alla linea del governo o emergono segnali di dissenso al conflitto?

Sicuramente il consenso è ancora relativamente alto, però si va sensibilmente erodendo dopo quattro settimane nelle quali i vertici del governo e dell’esercito non fanno che contraddirsi rispetto alle dichiarazioni di intenti e agli obiettivi esplicitati all’inizio. L’euforia va scemando e subentrano la stanchezza e la preoccupazione. Anche l’economia è in crisi e le persone si ritrovano costrette ad essere produttive in condizioni inumane, con le sirene di notte e i bambini a casa di giorno con le scuole chiuse. Però rimane comunque una sorta di passiva rassegnazione e lo dimostra il fatto che nei rifugi si parla di come costruire ulteriori camere blindate, non di come costruire la pace. Questo è anche il risultato di tantissimi anni di propaganda di cui hanno responsabilità i media ma anche la sinistra che non sa offrire un’alternativa alla guerra eterna. Questi governi di destra dai primi anni 2000 hanno optato per l’uso della forza come unica modalità di gestione, in particolare della questione palestinese, rifiutando ogni soluzione politica e così facendo hanno contribuito a normalizzare la guerra che è di per sè una cosa molto grave. Poi, dopo il trauma del 7 ottobre, gli israeliani credono ancora meno di avere dei partner con cui stipulare degli accordi e la narrazione dell’eterna vittima che viene loro perennemente inculcata anche nel sistema scolastico contribuisce a questa percezione generale di scetticismo rispetto ad ogni alternativa. Poi bisogna pensare che l’Iran è stato dipinto come nemico per antonomasia e la questione della minaccia nucleare è un po’ il tormentone nazionale, quindi, è molto facile per Netanyahu utilizzare quest’arma per rimanere al potere e rimandare in eterno anche l’esito del processo a suo carico che naturalmente viene perennemente sospeso a causa dell’urgenza. In sostanza questa politica dell’emergenza è quella che permette a un governo di criminali estremisti come questo di sopravvivere, perché quando gli elettori hanno la testa sotto l’acqua e devono lottare ogni giorno per la sopravvivenza con i missili sulla testa, certamente non hanno una grande disponibilità d’animo per ragionamenti che vanno oltre il minimo indispensabile.

 

Il tema dei “due popoli, due Stati” sembra essere uscito dal dibattito: è davvero così?

La soluzione dei due Stati è tornata ad essere rilevante dopo il 7 ottobre perché, se prima era diventato uno slogan abbastanza abusato e inattuabile anche a fronte delle colonie, dopo la distruzione di Gaza e anche a fronte dei riconoscimenti unilaterali di alcuni Stati esteri, sembra oggi il male minore. La soluzione è sostenuta anche dalla lista Hadash, l’ex partito comunista, anche se secondo me sarebbe piu’ onesto uno stato unico binazionale in regime di uguaglianza e parità di diritti. Però siccome sappiamo che nessuno vuole rinunciare a mangiare la torta intera, allora meglio uno stato palestinese che nulla, secondo i piani proposti come quello dell’ex primo ministro Olmert. L’importante è che cessino l’occupazione e la violenza, però certamente in questi giorni con i razzi sulla testa la questione non è all’ordine del giorno se mai lo sarà. Anche se dovesse vincere il centro-sinistra ci vorranno anni.

 

 

Quanto pesa, oggi, la questione dell’occupazione della Cisgiordania nel confronto interno?

In questo momento la Cisgiordania è teatro di una violenza inammissibile che va ben oltre saccheggi, espropriazioni e la cacciata di persone. Si tratta di veri e propri omicidi e stupri perennemente impuniti e legittimati dal governo. Negli ultimi giorni finalmente si levano più voci di dissenso in tutto l’arco politico, coloni compresi. È bene che la questione esca dai confini della sinistra radicale dove è stata relegata per troppo tempo. Poi naturalmente ognuno parla spinto da motivazioni diverse, non tutte etiche e “nobili”. Persino Smootrich del sionismo religioso radicale si è lamentato perché questa violenza gli ostacola l’espansione delle colonie, altri sostengono che la crisi in Cisgiordania sottrae i soldati ad altri fronti critici, altri ancora ne fanno una questione di immagine dell’ebraismo a livello internazionale. L’importante è che si faccia pressione sul governo affinchè si prendano provvedimenti quanto prima.

 

Esistono ancora movimenti della società civile che lavorano per il dialogo e la convivenza?

I movimenti ci sono, come la grande coalizione per la pace It’s Time che raccoglie oltre 60 movimenti, più e meno radicali, compreso il blocco antioccupazione. Sono tutti molto attivi e Hadash in questo mese ha organizzato almeno una volta a settimana serate di studio su zoom. Soprattutto i movimenti dal basso, come Standing Together e La sinistra di fede, fanno un prezioso lavoro quotidiano e sta nascendo anche un nuovo movimento di ultraortodossi moderni. Avrete visto in questi giorni a Roma anche la marcia delle donne ebree e palestinesi per la pace. Diciamo che l’attivismo è composto da organizzazioni più o meno sioniste, alcune antisioniste in modo marcato e altre più concilianti, ma tutte lavorano a fianco a fianco con i palestinesi perchè il vero futuro comincia dalla resistenza congiunta, sebbene per forza di cose asimmetrica.

 

Che percezione c’è in Israele dell’opinione pubblica internazionale rispetto al conflitto?

In Israele quasi nessun canale televisivo o quotidiano, che non sia Haaretz o piattaforme indipendenti come Local Call-972, tende a riportare l’opinione mondiale; quindi, il dissenso la critica sono molto lontani e quando vengono trattati vengono quasi sempre liquidati come antisemitismo. Questo mette in luce sia il divario enorme tra il dibattito esterno e quello interno, sia la responsabilità di entrambe le parti. Gli israeliani sono completamente ignari, infantilizzati da un sistema che mantiene volutamente la popolazione totalmente all’oscuro di quello che avviene fuori, deumanizzando o silenziando il “nemico”. Basta vedere i commenti sulle operazioni militari in Iran: in Israele vengono descritte in televisione con euforia mentre all’estero con grandi perplessità, punti interrogativi e critica. Non parliamo poi della questione di Gaza e dell’accusa di genocidio che non sono proprio pervenute, rimbalzate contro un muro di separazione. Però forse questo solleva delle domande anche sulla polarizzazione del dibattito all’estero dove la critica post-coloniale finisce per demonizzare all’eccesso i civili israeliani ignorandone sistematicamente la vulnerabilità. Tale modalità produce una generalizzazione che non tiene conto dei diversi livelli di implicazione e di responsabilità favorendo così il governo israeliano che sfrutta la percezione di isolamento degli ebrei. Sembrerebbe che la critica in questa forma non stia funzionando e ci troviamo di fronte a due realtà che ormai si muovono in modo completamente autonomo senza punti di incontro nè comunicazione.

 

Guardando al futuro, quali scenari ritiene più realistici? E cosa sarebbe necessario, oggi, per riaprire un percorso di pace?

Dipende se intendiamo il prossimo futuro, il medio o lungo periodo. Innanzitutto, auspico che questa guerra finisca al più presto anche perché, come dicevo, penso che nessuno ne uscirà veramente vincitore, il regime iraniano non sta crollando e le riserve di uranio sono ancora lì. Questa guerra serve per prendere tempo, ma sta costando vite umane e non solo. Poi ci sono le potenziali elezioni del novembre 2026 e bisognerà vedere se si terranno e come, perchè tutti temono che Netanyahu escogiterà qualcosa per impedirle o sabotarle. Però esiste pur sempre la speranza che invece saranno proprio le elezioni a determinare un cambio di governo. Naturalmente anche in quel caso bisogna accontentarsi di cambiamenti modesti e pensare di lavorare poi sul lungo periodo come fanno i movimenti dal basso. Bisogna riprendere in mano l’educazione, le scuole e la consapevolezza dell’opinione pubblica e risanare media e comunicazione, ma ci vorrà molto tempo perché tutte queste cose avvengono. Non sarà certo un eventuale perdita delle elezioni a dover scoraggiare le sinistre dal rientrare in campo in modo più strutturato con delle agende che vadano aldilà della demonizzazione di Netanyahu che è veramente troppo poco per portare dalla loro parte altri lettori. Ci sono questioni economiche che sono fondamentali e che possono essere cavalcate insieme a quelle della sicurezza per invogliare le persone a cambiare partito. Insomma, bisogna armarsi di pazienza e certo le aspettative del resto del mondo rispetto agli israeliani non sono verosimili. Si tratta di processi lenti e di cambiamenti che richiedono decenni probabilmente. La soluzione del conflitto israelo-palestinese è l’unica che può portare ad una normalizzazione di Israele nella regione anche se gli accordi di Abramo cercano di scavalcare i palestinesi, ed è fondamentale adoprarsi per mettere fine all’occupazione.