L’amore vince su tutto

Vincerà la vita. Con questo titolo fu pubblicata la raccolta di scritti di Lamberto Valli degli anni fra il 1971 e il 1974. Poche settimane prima di morire, il professore (esperto della trasmissione RAI “Chiamate Roma 3131” per i problemi della scuola), telefonò in radio ai conduttori Cavallina e Liguori per parlare della sua esperienza di malato terminale. Una testimonianza fortissima negli anni in cui dei “mali incurabili” non si trattava in pubblico e attuale anche oggi, in cui della morte non si parla volentieri. Il coraggio di Lamberto Valli non fu solo quello di dichiarare alla radio il suo stato, ma soprattutto di proclamare, in quel momento, un formidabile inno alla vita, pieno di amore e speranza. Nel suo stile chiaro e pedagogico seppe dare un senso a chi soffre perché è alla fine della vita.
A segnare la sua malattia furono la fiducia nelle cure e nei medici, la volontà di combattere il male e credere nelle ragioni della vita, la vicinanza dei famigliari e degli amici, ai quali chiese di non essere evitato perché malato, ma sostenuto perché ancora vivo.
Grazie all’opera di scienziati competenti e umani, come li definì Lamberto, il dolore del fine vita ha trovato nelle cure palliative terapie e strumento per farvi fronte nel rispetto della volontà e della dignità della persona. Nessuno dovrebbe soffrire. Il dolore è assurdo e non è accettabile da nessuno e per nessuno. La possibilità di non soffrire è la grande discriminante, che determina in ciascuno la “capacità” di affrontare la fine della propria vita con dignità. L’accesso alle cure palliative e la possibilità di rilasciare dichiarazioni anticipate di trattamento sanitario sono pilastri di civiltà che caratterizzano il nostro sistema sanitario e che il Parlamento italiano, anche se con fatica e sotto la spinta della Corte Costituzionale, ha trasformato in buone leggi, purtroppo ancora in gran parte non ancora applicate.
C’è poi il punto più oscuro della lotta per la vita, la condizione che rende debole e inerme l’uomo, la solitudine. Lamberto Valli la descrisse come “una sensazione drammatica”. Sebbene non dubitasse “dell’esistenza di un amore più grande del nostro che ordina e coordina tutto”, che quindi “da senso anche alla sofferenza”, quello che faceva paura era “la solitudine… lo sguardo degli amici”. La solitudine della morte è la dimensione più dolorosa e paurosa che ciascuno deve affrontare. Per questo è difficile e rischioso normare il fine vita, una sfera della dimensione umana e personale che, sempre e in ogni caso, trova il suo significato nella vita di ciascuno. Per Lamberto Valli la vita era così bella da vivere “perché c’è l’amore e se noi amiamo, amiamo gli altri e ci facciamo amare, allora non avremo più paura”.

Raoul Mosconi