Tramonta l’era della cristianità

Sta tramontando in Occidente in modo definitivo l’era della “cristianità”; cioè di quella civiltà in cui la fede cristiana è un punto centrale capace di determinare, non solo la vita di fede, ma anche l’insieme di strutture e istituzioni. Non significa che sta tramontando il cristianesimo; anzi, ne può scaturire una modalità più feconda di viverlo nelle originali potenzialità del Vangelo nelle situazioni attuali. Il Concilio Vaticano II aveva dato ampie indicazioni in questo senso. Giovanni XXIII espresse il desiderio che ne uscisse un annuncio del Vangelo “sine glossa”, cioè libero da troppe sovrastrutture culturali, secondo l’esempio di Francesco d’Assisi. Un annuncio senza quelle sovrastrutture che, nel tempo, hanno reso meno limpida la parola di Gesù. Occorreva liberarsi di incrostazioni e condizionamenti politici ed economici che hanno rallentato, a volte, l’attività pastorale. Il “clericalismo” di cui papa Francesco spesso denuncia la presenza, in alcuni ceti della Chiesa, è un atteggiamento e un uso distorto delle mansioni: si intende un servizio come fosse un potere. Prima del Concilio c’era una visione piramidale della Chiesa organizzata attorno alle varie curie, con al vertice il Papa, i vescovi e i preti. Tutto questo formava la cosiddetta Chiesa docente; poi c’era la Chiesa discente, con i laici in una posizione di sudditanza. Questa impostazione era all’origine anche di quella “mondanità” che è una perversione della missione di chi ha il compito di rendere presente Cristo pastore. Una Chiesa, spogliata di tutto questo, può annunciare Gesù con più vivacità e incrociare le attese, le speranze, ma anche le paure e gli smarrimenti delle persone del nostro tempo. Siamo chiamati tutti a guardare il volto dei nostri contemporanei, la storia che su quei volti è scritta; scrutare il mistero che è in loro e che solo Dio conosce. Dovremo diventare compagni di viaggio di chiunque è alla costante ricerca del senso di sé, non per consegnare un risultato ma per renderli liberi nella loro ricerca ed eventualmente annunciare il Vangelo che dovrebbero aver letto nei nostri occhi. Compagni di viaggio di chiunque, senza distinzioni, perché ogni cultura che sia tale non può non essere luogo e strumento di incontro. Non servirà rinnovare le nostre strutture, più o meno in crisi, se non riusciamo a intercettare la ricerca di Dio presente nelle persone. In questa visione, il secolo che abbiamo appena iniziato diventerà davvero il tempo dei laici, la cui preparazione crescerà man mano che crescerà la loro presa di responsabilità. Questo potrà essere un cammino proficuo del sinodo diocesano e della intera Chiesa.

Franco Appi