Cattolici irrilevanti?

Al di là del risultato delle elezioni, la domanda sulla rilevanza dei cattolici rimane sempre attuale. I vescovi si sono impegnati a sollecitare il dovere del voto senza dare indicazioni, come era giusto. È venuta meno la Democrazia Cristiana e manca un’offerta elettorale cattolica, per questo i cattolici devono essere ritenuti irrilevanti nella politica? In realtà, come dimostrano i settimanali e le attività assistenziali delle diocesi, i cattolici non sono assenti: è diminuita la frequenza ai riti religiosi, ma è aumentata la qualità della partecipazione. C’è un’altra domanda a cui rispondere, e cioè: la vita di fede non diventa cultura? Non innerva la vita delle persone e della società? Non cambia il nostro modo di pensare e di relazionarci? Il problema non è se fare o meno un partito cattolico, ma come stare dentro la storia e non sottrarci agli impegni secolari. Ci si chiede: senza un partito, come possono i cattolici essere significativi nella società? Molti sono presenti in diverse formazioni, tanto che si parla di diaspora. Il rischio è la perdita di efficienza, anche perché le attuali forme della politica impediscono un franco dibattito. Ci sono problemi in campo etico che riguardano la vita fisica – come aborto, eutanasia, matrimoni fra persone omosessuali – sostenuti da partiti di sinistra (cosa strana, perché sono valori radicati in una cultura individualista non coerente con la storia della sinistra). Oppure, ci sono problemi circa l’accoglienza dei profughi e dei migranti, così come l’equa distribuzione delle risorse attraverso un fisco attento alle differenze sociali, temi che le destre, pur dichiarandosi cristiane, non condividono. È possibile che dall’una e dall’altra parte i credenti si debbano arrendere a logiche incoerenti con le loro scelte di fede?
Rimane solo opposizione e astensionismo? Se la fede diventa cultura e permea la società, anche attraverso la dottrina sociale della Chiesa, possiamo avere una presenza capace di sfidare il mainstream. Non si deve fare con polemiche che irrigidiscono le posizioni, ma mettendo in discussione i punti fondanti l’individualismo egoista, su cui è organizzata la società “moderna”. Si sono perse identità culturali e motivi di coesione sociale; una spinta a ciò l’ha data anche la globalizzazione. Il prevalere di idee populiste e nazionaliste ne è un chiaro sintomo: si cercano identità collettive e si salta la mediazione sociale nel rapporto privilegiato tra capo e massa. Ciò che si deve risuscitare, e i cristiani possono farlo, è la cultura di popolo, la coscienza di società, la dignità di ognuno curata nei corpi sociali.

Franco Appi