L’abito non fa il barbaro

Alla stazione di Forlì, pochi giorni fa, ho visto tre africani, due vestiti in modo elegante, all’europea, e uno casual ma molto dignitoso. Ho visto anche due africani vestiti nei loro abiti tradizionali, variopinti e di buon gusto. In quel momento è passato un giovane ciclista, presumibilmente italiano, con calzoni stracciati e così bassi da mostrare gran parte del fondo schiena e una parvenza di mutanda. Poi una persona dal volto sfatto, non so per quali motivi, vestito con un brutto casual. Mi sono chiesto: chi sono i barbari? Chi è veramente a disagio? Se l’abito è un messaggio, qual’è quello lanciato da queste persone? Chi cerca la bellezza e l’integrazione, chi segue i dettami della nostra civiltà e chi la contesta, forse giustamente? I messaggi degli uni e degli altri vanno recepiti, ma fanno cadere molte obiezioni identitarie contro lo jus soli. Siamo in una svolta epocale e guardare con nostalgia al tempo che fu non ci aiuta ad affrontare i problemi. Il passato visto con saggezza è indicatore delle strade da seguire per il futuro. Noi siamo un popolo meticcio, frutto di tante immigrazioni di barbari, di regni del Nord, come i normanni, dei passaggi di eserciti vari, fino all’ultima guerra. Non sarà questa ibridazione culturale che ha fatto di noi italiani un popolo così creativo? San Giovanni Paolo II, nel messaggio per i migranti del 2005, disse: “Si dovrebbe promuovere una fecondazione reciproca delle culture. Ciò suppone la conoscenza e l’apertura delle culture tra loro, in un contesto di autentica comprensione e benevolenza”. Persino Carducci, nell’Ode alla Chiesa di Polenta, afferma: “Come ne la spumeggiante vendemmia il tino ferve, e de’ colli italici la bianca uva e la nera calpestata e franta sé disfacendo il forte e redolente vino matura”. Sta parlando della genesi della italica gente dell’800, frutto del mescolamento del “Vinilo barbuto”, i barbari “dispogliatori”, con le popolazioni qui residenti, i “dispogliati”. È la storia dell’Italia, come degli Usa o dell’America Latina. Certo i flussi vanno governati. Degli immigrati, checché ne dicano i “sovranisti”, abbiamo bisogno. Abbiamo più volte portato statistiche del loro contributo alle nostre casse, che è molto di più di quello che diamo loro. Almeno quelli che sono nati qui, che parlano un italiano con accenti regionali, che hanno seguito i corsi delle nostre scuole e condiviso i principi fondamentali della nostra Costituzione, hanno diritto di essere riconosciuti come concittadini. Ma se non si parte dalle scuole, insegnando educazione civica, come fare apprendere quei principi agli studenti?


Franco Appi