La festa del 1° maggio

Il primo maggio è la festa dei lavoratori, non semplicemente la festa del lavoro. Sono le persone che danno dignità al lavoro; una dignità che deriva dalla loro essenza di esseri umani, dotati di libertà e volontà. Voluti tali da Dio creatore che li ha, ci ha chiamati al dialogo con lui nel creato. Giovanni Paolo II, nella “Laborem exercens”, ha ricordato che è il valore soggettivo del lavoro a prevalere su quello oggettivo, cioè il prodotto. Il lavoro è per l’uomo non l’uomo per il lavoro, si desume da quel documento. Anzi, per ricordare un’affermazione del card. Ballestrero ad un convegno del 1983: “L’uomo non è per il lavoro, è per la festa; quella del regno dei cieli, quando vacabimus e gaudebimus Deo”. Quando saremo pieni di Dio saremo come lui, perché lo vedremo così come egli è e parteciperemo della sua stessa divinità.
Il lavoro è uno strumento nobile attraverso il quale entriamo in dialogo con la terra, con il creatore, evolviamo le nostre caratteristiche umane, riflettiamo l’attività creatrice di Dio; imprimiamo nella materia il nostro segno, il nostro spirito. Non possiamo degradare il lavoro a mera attività economica. Eppure il lavoro è provvisorio, perché legato al tempo e alla storia. Nel Regno dei cieli, di fronte al compimento della creazione, come Dio nel settimo giorno, saremo nella contemplazione e cesseremo da ogni attività lavorativa. Questo è il senso della festa che oggi, al contrario, sempre più la si vuole dedicata al commercio, alla produzione invece che alla vita contemplativa, alla dimensione sociale, a partire dalla famiglia, dagli affetti, dalle attività culturali. Davvero il mondo soffre per mancanza di pensiero, come ci ricorda la “Populorum progressio”. Questa sofferenza non è solo dovuta alla povertà intellettuale. Si concretizza nella vita delle persone, che vengono usate, concepite come strumenti. Così vediamo lo sfruttamento nel lavoro, l’oppressione degli schiavizzati per lavoro o per prostituzione, il caporalato e altro. La ricerca sul senso della vita può portare alla liberazione dell’uomo da queste riduzioni tragiche; può emergere la sua grandezza in una scoperta dinamica e faticosa, ma possibile, della verità, della bellezza, della bontà, della giustizia. L’uomo è reso libero per una spinta interiore a cercare il senso, l’orientamento, lo scopo del proprio esistere e del proprio agire. Così si costituiscono i luoghi dello spirito, dell’arte, dell’umanità di ognuno, declinata nel quotidiano rapportarsi con i propri simili.


Franco Appi