Un popolo accogliente?

Una lettera e un suicidio hanno scalfito ben più che mille argomentazioni la coscienza dei politici italiani. Le dichiarazioni “invasioni di nuovi barbari”, “difesa dei confini” o scontri sulle “crociere gratuite organizzate dalle Ong nel Mediterraneo”, sono state sostituite da parole piene di tenerezza e compassione, come “Una preghiera per te, ragazzo, e un forte abbraccio alla tua famiglia. Gli italiani sono da sempre generosi, laboriosi, accoglienti e solidali”, oppure “tragedia che lascia senza fiato e di fronte alla quale ogni parola è superflua”. Non ho motivi per non credere alla retta coscienza di queste persone: spero solo che si tratti di vera conversione e non di ulteriore strumentalizzazione dei sentimenti popolari allo scopo di catturare consenso. Soprattutto, spero che da ora si operi affinché diventiamo davvero un “popolo generoso, accogliente e solidale”.
I genitori adottivi di Seid Visin sostengono che non è stato il razzismo a portarlo al suicidio. Resta il fatto che c’è un problema del razzismo. Quella lettera mette in discussione l’intero mondo politico che lo ha legittimato. Le varie aggressioni, che nessun Ddl Zan potrà impedire, sono segno di una deriva introdotta dall’odio verso un nemico, colpevole evidentemente della situazione difficile. Un nemico rappresentato di volta in volta da omosessuali, transessuali, ebrei, immigrati o da persone di pelle nera. Il linguaggio di odio è iniziato con la demonizzazione dell’avversario politico indicato come vero nemico; è poi esondato in una società senza più riferimenti etici ed ha prodotto episodi di vero odio. A supporto c’è un lungo cammino che esclude una verità oggettiva sulla dignità dell’uomo e dei diritti che ne derivano; ne abbiamo sentito parlare anche nelle nostre sale universitarie. La lettera di Seid rimane come atto d’accusa chiaro ed efficace contro il razzismo che porta alla vergogna chi lo strumentalizzava e ora nasconde la mano. Ricordiamo che la dottoressa Cécile Kyenge, di origini africane e ministro, fu chiamata “orango”. Pochi giorni fa a Chioggia un autoproclamato “ammalato”, invece di stare in casa era al mare. Quando si è presentato il medico fiscale, “l’ammalato” lo ha sequestrato, sostenuto dai vicini di casa, perché, pur essendo di cittadinanza italiana, era nero. Ancora più grave, un signore (?) di Macerata che spara contro sei persone perché di colore. Anche a Forlì, a casa nostra, ci furono spari con dei piombini su persone di origini africane. Dovremo affrontare un grave problema culturale, diffuso ad arte nel nostro Paese per avere consensi. Grazie Seid, ragazzo somalo, della tua lettera che ci indica una strada verso la civiltà.

Franco Appi